31) Sala doppiaggio e recitazione

"Quelli non è che prima lo sapevano fare, che c'entra? Anche loro hanno imparato."
(Mia madre in un giorno di pioggia)

- 44.

Questa settimana sono accadute due cose:

  1. Ho iniziato la Scuola di Teatro. Quella dello stage di quest’estate.
  2. In Accademia, abbiamo iniziato la pratica in sala. Ovvero, abbiamo conosciuto i Maestri. Maestri che sono grandi e noti direttori di doppiaggio italiani (il regista sta agli attori come il direttore del doppiaggio sta ai doppiatori) e ci faranno lavorare su film che hanno diretto loro, di cui dispongono quindi di opportuni permessi e materiali.

La gratitudine. L'emozione. La sorpresa. Lo spalancamento delle orecchie, l'entusiasmo. L'elettricità. La gratitudine. E da capo.

Succede che si spengono le luci e si accende lo schermo. E ti si accende anche il dentro, stai per diventare un’altra.
Il tecnico, da dietro i vetri della sala regia, proietta su quello schermo l’anello del film in lingua originale (la scena da doppiare): prima in sonoro, e tu intanto guardi e provi, poi muta con audio in cuffia, poi muta con audio in cuffia e incisione (una luce rossa che lampeggia fuori dalla sala indica che il microfono sta registrando). Tu incidi in italiano mentre ascolti in cuffia l’originale. Gli parli sopra. O almeno ci provi ad andare in sync: gli occhi si spostano in continuazione dal leggio allo schermo, e dallo schermo al leggio. Più stanno sullo schermo, meglio è. Le orecchie intanto ascoltano. Devi saper leggere al volo, a occhiate, perché non c’è modo, né tempo, di imparare le battute a memoria o di averle prima, naturalmente, e non puoi decidere di ignorare lo schermo: le pause, i fuoricampo, gli accavallamenti di voce sono segnati sul copione, gli agganci delle battute li hai in cuffia, ma i movimenti e i respiri dell’attore non li hai se non guardi lo schermo. Se respiri con l’attore, il doppiaggio si incolla e prende vita, altrimenti no, è artificioso, come accade con i videogiochi o alcuni cartoni preconfezionati che si doppiano addirittura su nero (senza immagini).

Il copione che hai davanti non è stato solo tradotto da un interprete, è stato poi adattato al labiale da un adattatore professionista. Un esempio molto banale è usare il “già” al posto del “sì”, che, senza cambiarne il significato, si adatta meglio al labiale dello “yeah” inglese. L’interprete invia la traduzione con , l’adattatore modifica la traduzione con già. E così via. A volte, la figura dell’adattatore coincide con quella del direttore, un po’ come quei registi che si scrivono anche la sceneggiatura dei loro film. Si va da cose banali come questa, al dover rendere, come direbbe il mio Maestro, “l’ironia in iraniano, o in cinese”.

I sottotitoli non ti dànno le sfumature, i sottotitoli i non-vedenti non li possono leggere, ai sottotitoli non ti ci affezioni come alle voci con cui sei cresciuto. C'è un lavoro dietro di alta professione e consulenza che non incrocia banalmente le parole fra loro, incrocia le culture, circoscrivendole a suoni semantici e movimenti corporeo-facciali che le arginino il più possibile ma senza limitarle. È una forma maestra di artigianato, più che di arte, e, contemporaneamente, di valorizzazione meticolosa dell’opera artistica originale. È restituzione accurata, quando non arricchita, perché resa comprensibile non ad una lingua diversa, ma ad una cultura diversa.

Ecco la lettera che il Presidente Mattarella ha mandato in occasione dell’edizione IX del Gran Premio del Doppiaggio come riconoscimento alla sua grande importanza artistica, culturale e sociale:

"DESIDERO ESPRIMERE VIVO APPREZZAMENTO PER L'INIZIATIVA RIVOLTA A METTERE IN LUCE UNA ECCELLENZA DELLA PRODUZIONE CULTURALE ITALIANA, COME È QUELLA DELLA ATTIVITÀ DI DOPPIAGGIO.
VEICOLO IMPORTANTE DEGLI SCAMBI CULTURALI, IL DOPPIAGGIO DELLE OPERE TELEVISIVE E CINEMATOGRAFICHE ADEMPIE ALLA FUNZIONE, ANALOGAMENTE SVILUPPATA DALLA TRADUZIONE DI OPERE LETTERARIE, DI ACCESSO DEL GRANDE PUBBLICO ALLA CREATIVITÀ DI AUTORI IN LINGUE DIVERSE DALLA NOSTRA.
LA CIRCOLAZIONE E LA RECIPROCA CONOSCENZA DI VALORI, MODELLI DI VITA, ESPERIENZE, DEVE MOLTO ALLA ATTIVITÀ DI DOPPIAGGIO CHE CONSENTE DI VIVERE IN MODO DIRETTO I MESSAGGI DI OPERE PROVENIENTI DALL'ESTERO.
LINGUISTICA, SEMIOLOGIA E FONOLOGIA SONO INTERPELLATE DALLA ATTIVITÀ DI DOPPIAGGIO CHE RICHIEDE ADATTAMENTO DI DIALOGHI, CAPACITÀ DI INTERPRETAZIONE DA PARTE DEGLI ATTORI; COMPETENZE TECNICHE MATURATE NEGLI ANNI PER COORDINARE LE NUOVE COLONNE SONORE ALLE IMMAGINI.
IL COINVOLGIMENTO DELLE UNIVERSITÀ IN QUESTA OPERA NE CONVALIDA GLI ASPETTI DI VERA E PROPRIA INDUSTRIA CULTURALE ITALIANA, LE CUI RADICI RISALGONO AGLI ANNI '30 DEL SECOLO SCORSO.
CON VIVE ESPRESSIONI AUGURALI INVIO I MIEI SALUTI AGLI ORGANIZZATORI E AI PARTECIPANTI.
SERGIO MATTARELLA"

In risposta alle polemiche di chi si accanisce in maniera precostruita a sfavore della contraffazione della lingua originale, i dati parlano chiaro: il doppiaggio, quello fatto bene, ancora non si batte. Poi, come dico sempre, guardare un prodotto in lingua svedese, come pure voler comprendere Shakespeare in inglese antico o leggere Dostoevskij direttamente in russo, si può fare. Ad esserne capaci.
L'importante è poter scegliere. No? Si fa con un tasto.

E arriviamo agli attori, che dovranno restituire l’intenzione recitativa di chi sta dentro lo schermo fino all’ultimo respiro. Ogni battito di ciglia, inflessione, appoggiatura o strozzamento della voce, ogni cambio di registro, movimento del corpo, della bocca, del naso, espressione degli occhi, ogni cosa, se non viene riprodotta, manca. Si percepisce come assente.
Ma quella del doppiatore non dev’essere una riproduzione meccanica, bensì dettata da un pensiero, il sottotesto della battuta e di tutto l’anello. Insomma, s’ha da recità. E se non lo sai fare, si sente.

Non possono esistere raccomandazioni, in questo senso. Bisogna essere capaci e basta. Non basta essere bravini, bisogna essere eccellenti. Non esistono vie di mezzo.

La vocalità e l’uso di una fonetica perfetta sono il minimo indispensabile, la materia prima. O sarebbe come dire che lo scopo di uno scrittore è saper mettere insieme le lettere dell’alfabeto.

La “bella” o la “brutta” voce non esistono. O, meglio, esistono come accade per le facce degli attori in tv, ma non è questo il punto. Danny De Vito dubito sia una star del cinema grazie al suo aspetto fisico. E metti a fare Leonardo Di Caprio il Pinguino di Batman e vedi tu se la cosa funziona.
Le facce servono tutte, così come le voci, poi le collochi sui personaggi a seconda di dove si incollano meglio. Esistono voci più sobrie adatte al cinema classico, altre più caratteristiche adatte magari ai cartoni, alcune sono da personaggio principale, altre da personaggio secondario, o antagonista, voci da cattivo, da protagonista, da migliore amico del protagonista. Ma la cosa che fa la differenza - banale a dirsi - è l’uso che se ne fa, è la capacità recitativa dell’attore, non il suo timbro vocale.
“Vorrei fare il doppiatore perché mi hanno detto che ho una bella voce” non significa niente.

La dizione, in gergo “la corrispondenza tra significante e significato”, spesso confusa con la fonetica che riguarda invece l’articolazione dei suoni, è perfetta quando restituisce il significato del sottotesto, ovvero quando restituisce l’intenzione, il pensiero giusto, la parte “non scritta” delle cose che si stanno dicendo.

E poi c’è la parte di post-produzione, l'aggiustamento digitale del sync se non è perfetto (quello si può aggiustare, la recitazione no!), dei respiri o di alcune articolazioni imprecise; il montaggio e il missaggio finale della colonna sonora, intesa come l’insieme complessivo dei suoni, l’audio tutto, e quindi, oltre alla musica, i rumori ambientali, le azioni dei personaggi (la famosa mano battuta sui jeans del Principe delle Maree), i fruscii, e così via.

I fruscii stanno al doppiaggio come le comparse stanno al cinema.
Io sono un esempio di chi dovrebbe iniziare con i fruscii, quei rumori di fondo di voci di più attori montate insieme in un unico vociare indistinto, necessari in alcune scene, girate ad esempio nei locali pubblici o nei ristoranti.

Sarò felice quando arriverò ad avere anche solo una battuta da dire, ma tutta mia, come quella di un passante alla stazione che chiede l'ora, quell’unica battuta che mi ricorderò per tutta la vita perché me la sarò sudata e sarà per sempre la prima che ho detto!

Ci hanno spiegato come funzionerà dopo la scuola. Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Nel frattempo, non vi ho ancora detto nulla della scuola di teatro. È passata solo una settimana - anche se forse nemmeno dopo un anno riuscirei a raccontare di qualcosa che va vissuto e basta per essere compreso. Ma posso dire, in particolare, di qualcosa che non mi aspettavo: disegnare, scrivere, danzare, rubare all’arte figurativa, dagli oggetti, dalla musica, dall'ascolto, dall’osservare persone, dallo scoprirsi, dallo scoprire. Usare tutto, rubare da tutto.
Chissà perché mi aspettavo una specie di riproduzione infinita dello stage di quest'estate su pezzi diversi, ripercorrendo la storia del teatro. Invece, ogni giorno è una sorpresa, che va al di là dell’imparare a recitare in sé. Sono richiesti esercizi di ogni genere. Affiancati al consueto studio della vocalità, fonetica e dizione incluse.

Rigore assoluto, dedizione quotidiana, uso di tutte le forme d’arte mescolate alla vita di tutti i giorni, occhi nuovi, occhi ladri, esperienze emotive in aula e in giro per la città, nelle gallerie d’arte, dentro ai cinema, dietro una maschera neutra, davanti a una platea di compagni, o di sconosciuti, di pagine e fogli volanti, introspezioni, certezze in discussione, gente che abbandona, gente che ci crede ancora di più, cilindri rossi su sciarpe di lana, strano chi è normale, prospettive nuove, sete, fame di sapere, di esperire, letture, gruppo, affetto, passione, terapia, risate, bando alle mezze misure, vita, gente che parla la tua lingua ma con dialetti diversi, gente che vive con gli orologi spostati come i tuoi, gente che ha qualcosa da dire, che vuole scoprire di sé, insegnante che coreografa con le menti, corpi che anche loro, affabulazioni, improvvisazioni, movimento espressivo, ricordi, Stanislavskij, pozzi di roba in senso lato e poi anche letterale.

Ma io facevo l’impiegata, una volta?

Disegno libero in seguito a training autogeno (pastelli acquerellati)Disegno libero post training autogeno

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