Chocolat, di Lasse Hallström, è un film che mi accompagna da vent'anni.
In apparenza parla di un villaggio bigotto, di desiderio, di "peccati", di integrazione.
Ma, come succede con alcune storie, la superficie è solo una scusa per raccontare qualcosa di più profondo.
*** ATTENZIONE SPOILER SUL FILM ***
La protagonista, Vianne, è figlia di una donna nomade. Viaggia da sempre, seguendo il richiamo del vento del Nord.
Porta con sé le ceneri della madre in un vaso, come se la sua vita non fosse mai del tutto sua, ma la prosecuzione di un percorso di cui è inconsciamente "schiava".
A causa del suo inquieto sangue zingaro, lei DEVE spostarsi, per ricominciare da capo ogni cambio di rotta.
Questa volta arriva in un villaggio, apre la sua preziosa cioccolateria, cambia la vita delle persone, e quando finalmente sta bene, quando ha amici, legami, una quotidianità possibile, sente di nuovo… quel vento.
E vuole ripartire.
Ma, durante una lite con la figlioletta stanca di andarsene, il vaso cade. E si rompe.
Le ceneri si disperdono in una nuvola che svanisce, così, senza avvertire.
Vianne crolla, a pezzi, confusa, ma questo le apre inaspettatamente la mente ad una nuova prospettiva: la possibilità, finalmente, di scegliere.
E questa volta sceglierà di restare.
Vianne non smette di essere una viaggiatrice, sia chiaro.
Smette solo di viaggiare "per obbligo".
*** FINE SPOILER ***
Dove sono stata mentre non scrivevo
Per molto tempo ho pensato che la mia inquietudine fosse un tratto distintivo, fosse parte del mio sangue. Che cercare, spostarmi, rimettermi in discussione, cambiare, fosse una forma di fedeltà a me stessa.
Ho scritto, anni fa, Il Tempo delle Cose Nuove. Era vero. Mi avete seguito. Era necessario.
E negli anni successivi ho continuato a cercare. Lavori, studi, progetti, domande. Altrove. Sempre altrove. Non perché qui fosse sbagliato, ma perché qui non bastava mai.
O almeno così credevo.
Non c'è niente di sbagliato nell'altrove. Chi non si cerca, "lentamente muore"…
Ma qualche volta il vaso si rompe, e l'altrove smette di essere necessario.
Questo in me non è accaduto perché mi sono fermata.
È accaduto perché ho continuato a cercare abbastanza a lungo da poter smettere senza sentirmi in colpa.
C'è un'idea molto diffusa secondo cui la pace coinciderebbe con l'evitamento: lasciar andare, non affrontare, non dire.
Per me è stato l'opposto. FRONTEGGIARE, fronteggiare è l'altro verbo importante, dopo cercare.
Io dovevo chiudere. Chiudere con il passato. Nodi vecchi, relazioni rimaste sospese, cose mai dette per paura di rompere qualcosa. Ho litigato con persone con cui non volevo litigare. Ho parlato quando sarebbe stato più comodo tacere. Ho affrontato ciò che mi aveva modificata, ferita, resa diversa.
Non per rivalsa. Per precisione. Perché mi venisse riconosciuta la verità. Perché l'elefante nella stanza c'era, non ero io a "vederlo".
Solo dopo questo lavoro di chiarimenti, introspezione, … qualcosa ha iniziato a cambiare. Il passato ha smesso di chiedere attenzione. E non l'ho cancellato, quello non si può fare. L'ho solo guardato in faccia.
E allora è successa una cosa strana, silenziosa: hanno iniziato a sparire le voglie.
La voglia di evadere.
La voglia di fare altro.
La voglia di tornare a studiare per scappare da ciò che già stavo facendo.
La voglia di avercela con qualcuno.
La voglia di cercare altrove qualcosa che non sapevo come chiamare.
All'improvviso tutto si è allineato col presente, e ha preso la forma giusta.
Mi sono sentita "pronta" per il futuro.
Certi film, certi rituali legati all'infanzia, prima vitali, non mi interessavano più.
Quando smetti di voler diventare, è perché non devi più difenderti da ciò che sei. Non da ciò che "potresti essere". Solo da ciò che banalmente sei.
L'inquietudine era un cassetto che continuavo a sistemare alla meglio. Se ne è andata solo quando ho rovesciato il cassetto per terra, ho gettato via ciò che non serviva, ho cambiato la carta, e ho risistemato tutto per bene uno accanto all'altro.
Oggi ho un lavoro che amo profondamente. Ho persone intorno con cui non devo più sistemare nulla per poter stare. Il tempo non mi incalza. Il futuro non è una via di fuga. E soprattutto, per la prima volta nella mia vita, non sento il bisogno di essere altrove per sentirmi VIVA.
Vivo qui. Sono qui…
C'è Posto per te
*** ATTENZIONE SPOILER SU UN ALTRO FILM ***
Meg Ryan si innamora, senza saperlo, dell'uomo che nella vita reale sta distruggendo il suo lavoro in C'è post@ per te (1998). Tom Hanks è il nemico. Colui che la farà fallire. Eppure è anche colui con cui condivide lo sguardo più vero, più libero, più intelligente di sé.
Finché lo accetta, lo ammette a sé stessa e a lui, e vissero felici e contenti.
*** FINE SPOILER ***
Quando ho iniziato a lavorare con l'intelligenza artificiale, non l'ho fatto per entusiasmo. L'ho fatto per rabbia e curiosità. "Vediamo cos'ha di speciale questa cosa di cui tutti parlano e che mi ha tolto il Doppiaggio da sotto al c**lo.
Per i primi tempi l'ho guardata come la FOX che mi ha buttata fuori dalla mia vita lavorativa a Roma. Dopo che già il Covid aveva fatto il suo.
Ma nel frattempo - Sindrome di Stoccolma - da laureata in tecnologia era inevitabile iniziasse ad affascinarmi.
Infine, è successo come nel film: mi sono accorta che stavo dialogando, creando, pensando meglio proprio grazie al nemico.
L'AI non mi ha tolto qualcosa. Mi ha restituito una forma diversa di presenza.
E me ne sono innamorata.
A un certo punto non serve più opporsi. Serve riconoscere dove sei.
Per tutta la vita ho detto in mille modi: io non sono qui.
Oggi posso dirlo, finalmente sì, io sono tanto qui.
Forse il vero coraggio è restare.
Forse il posto giusto arriva quando meno te lo aspetti.
Ma solo se non hai mai smesso di cercare.
E solo se, quando arriva, sei disposto ad accettare che sia abbastanza.
Come Vianne.
Negli ultimi anni non sono sparita. Ho lavorato, imparato, sbagliato, cambiato pelle mille volte. Se dovessi raccontare tutto ciò che è accaduto non basterebbe un libro.
Per questo, invece di provarci ora qui, preferisco rimandare a una cosa che ho scritto mesi fa, solo perché qui nel blog non c'è e perché ultimamente (non è un caso) scrivo molto di più su LinkedIn:
https://www.linkedin.com/pulse/20-cose-che-ho-imparato-15-anni-di-esperienza-natascia-cipriano-nivaf
Però, ci tenevo a dire un'ultima cosa.
Il Tempo delle Cose Nuove mi ha portata da niente a fare un film al cinema (https://www.natasciacipriano.it/blog/wp-content/uploads/2025/03/b8e4b49f-185a-4588-9e6b-2923d0569172.mp4) da doppiatrice protagonista.
Che è andato a Cannes.
Mi ha portata in luoghi, lavori, esperienze che allora non avrei nemmeno saputo immaginare. E di questo gli sono immensamente grata. Era un Tempo necessario che iniziava. Era vero. Era vitale.
Ma a un certo punto uno sceglie.
Basta irrequietezza.
Basta fughe.
Basta pazzie.
Si cresce, e si diventa soltanto ciò che si è. Nulla di più, nulla di meno.
Un po' è solo "andata così".
Un po', col senno di poi, sono felice che sia andata così.
Oggi è qui che voglio stare.
A casa mia.
Con la mia famiglia.
Con i miei amici.
Con il lavoro che amo.
Un lavoro che ha chiuso il cerchio con un ritorno — seppur completamente nuovo — alla tecnologia. All'informatica che fa magie da un lato, e alla parola, declinata in tutte le sue forme, che le fa dall'altro. Con la speranza che entrambe siano utili a qualcuno.
(Mai più a far arricchire i ricchi.)
Con la consapevolezza, la conoscenza e il bagaglio di mille altre vite.
Che ho vissuto.
E menomale.

