Quest'anno, uno dei regali più belli che ho ricevuto lo devo a una persona cara: il romanzo di Daniel Keyes, Fiori per Algernon.
(In foto, un richiamo alla copertina TEA Editore.)
La dedica conteneva questa frase:
"L'intelligenza e l'educazione che non siano temperate dall'affetto umano non valgono nulla."
Non vedevo l'ora di leggerlo.
La stessa persona – mentre qualche settimana dopo giocavamo stordite dal pranzo e dal caldo, con discorsi profondi del tipo quali segni zodiacali vanno d'accordo con quali – mi ha detto che lei, Ariete, in generale, fa fatica con i Gemelli perché sono "troppo".
Voi siete "tutto troppo. Troppo tutto".
E io, per smentirla, naturalmente sono qui a scriverci un articolo sopra.
Intro
Avete mai avuto la sensazione che la vostra sensibilità fosse un ostacolo? Di sentire troppo, pensare troppo, vivere tutto con una profondità che agli altri sembra eccessiva?
Essere "troppo" non è una diagnosi, ma una percezione diffusa tra molte persone che – pur senza una definizione clinica – si ritrovano spesso fuori posto. Inadeguati. Scomodi. Come se la loro intensità fosse sempre di una misura sbagliata: troppo grande per una società che chiede autocontrollo, adattamento, velocità.
Il paradosso è che questa sensazione può aumentare proprio nei momenti di crescita. Quando miglioriamo, comprendiamo, ci raffiniamo e sviluppiamo nuove forme di consapevolezza, accade qualcosa di imprevisto: ci ritroviamo più soli. Più lontani da chi eravamo. E più distanti da chi ci circonda.
A volte, l'intelligenza emotiva diventa fatica, la profondità diventa peso, la consapevolezza diventa isolamento mentale.
Ed è qui che entra in scena Fiori per Algernon.
La storia di Charlie Gordon, un uomo con deficit cognitivo sottoposto a un esperimento che ne aumenta in maniera straordinaria il quoziente intellettivo. Il cui percorso di crescita è accompagnato da un topolino da laboratorio (Algernon), che è stato sottoposto allo stesso trattamento prima di lui.
Se lo si legge, viene spontaneo chiedersi innanzi tutto:
Quanto costa diventare la versione "migliore" di sé stessi?
(Con quel termine tra virgolette tutto da definire.)
E, soprattutto, che cosa ci si guadagna?
Cos'è la sensibilità profonda: HSP
L'ipersensibilità è spesso fraintesa. Scambiata per fragilità, emotività incontrollata o vulnerabilità, è in realtà un tratto descritto in modo rigoroso dalla psicologa americana Elaine N. Aron nel suo libro Highly Sensitive Person già dagli anni novanta.
Secondo la sua teoria, circa il 15–20% della popolazione nasce come HSP: persone che percepiscono e processano gli stimoli in modo più intenso e complesso rispetto alla media.
La psicologa identifica quattro caratteristiche fondamentali che accomunano le HSP, riassunte nell'acronimo inglese DOES:
- D per depth of processing, ossia l'elaborazione profonda delle informazioni;
- O per overstimulation, la tendenza a sovraccaricarsi in ambienti troppo stimolanti;
- E per emotional reactivity and empathy, ovvero una spiccata empatia e reattività emotiva;
- S per sensitivity to subtleties, la capacità di cogliere sfumature e dettagli spesso impercettibili agli altri.
Essere HSP non significa essere deboli o fragili, né malati: significa sentire di più, su più livelli.
È il contesto – e la mancanza di strumenti culturali per comprendere questo tratto – a renderlo un fardello: l'ambiente disattento, rumoroso, performativo, rischia di travolgere chi ha bisogno di più tempo, di spazi protetti, di andare a fondo delle cose per comprenderle ed elaborarle.
In Fiori per Algernon, Charlie Gordon offre un esempio inedito di ipersensibilità "acquisita".
[*** ATTENZIONE PER CHI NON HA LETTO IL LIBRO: DA QUI IN POI È UNO SPOILER DIETRO L'ALTRO ***]
Se all'inizio della storia è privo di strumenti cognitivi per interpretare ciò che sente, dopo l'esperimento scientifico la sua coscienza si espande: diventa più lucido, più intelligente. Ma, di conseguenza, anche più esposto alla consapevolezza, al dolore, alla solitudine.
Cioè, l'operazione che aumenta la sua intelligenza agisce anche sul suo sentire.
La sua coscienza si espande, e con essa la sua sofferenza.
(Un concetto di cui avevo parlato qualche anno fa anche qui.)
Charlie comincia a cogliere i micro-gesti degli altri, a leggere il sottotesto emotivo delle situazioni, a sentire il peso degli sguardi, delle parole non dette.
In lui avviene come un risveglio sensoriale, affettivo, percettivo.
E quando finalmente comprende, non riesce più a proteggersi. Il mondo che lo circonda non è pronto ad accoglierlo.
"La mia intelligenza mi ha portato a vedere quello che prima non vedevo. Ma la comprensione non porta sempre alla felicità."
La sensibilità è una soglia percettiva ampliata, un modo diverso di abitare il tempo, gli spazi, le relazioni. E, forse, chi ne è portatore – per natura o per trasformazione – non ha bisogno di essere curato, ma semplicemente rispettato nella sua intensità.
Quando l'intelligenza isola
Viviamo in una cultura che celebra la performance.
Più sei produttivo, veloce, competente, meglio stai.
In teoria.
È un paradigma radicato, che si insinua ovunque: se sai più cose, se le sai fare bene e le comunichi con chiarezza, sarai riconosciuto. E, quindi, felice.
In pratica, l'equazione si smentisce tutti i giorni.
All'inizio del romanzo, il desiderio di Charlie è semplice: diventare più intelligente per essere accolto, amato, "normale".
Tutto quello che lui vuole è "essere come gli altri".
(Se avessi letto questo libro nel pieno della mia adolescenza, quando questo tema era tutto per me, probabilmente non sarei sopravvissuta!)
Quando l'esperimento riesce e la sua mente si espande, però qualcosa si spezza. La sua mente acquisisce anche un sapere vastissimo, arriva a superare in competenza gli stessi professionisti che lo seguono, ma, a quel punto, lui si perde.
Non sa più dove deve stare, non trova un posto che sia suo nel mondo.
Le relazioni che aveva prima, semplici e ingenue, si deteriorano. I colleghi lo evitano. I medici lo studiano, ma non lo ascoltano. L'amore con Alice, che sembrava possibile, si fa prima difficile e poi impossibile.
Più cresce la sua lucidità, più si sente incompreso, spaventoso agli occhi degli altri, inadeguato persino a sé stesso.
"Ho scoperto che più diventavo intelligente, meno la gente mi voleva intorno."
Charlie tocca il vertice più alto della mente, ma crolla nell'animo, perché non raggiunge ciò che sperava di ottenere: appartenenza, affetto, intimità.
La madre, ormai invecchiata e disturbata mentalmente, vive in uno stato confusionale ora e alterna lucidità a deliri.
Non lo riconosce davvero come il figlio che era, e continua a oscillare tra il rifiuto e l'illusione che il "suo bambino" possa ancora essere "normale".
Charlie si rende conto che nulla potrà restituirgli ciò che non ha avuto: l'amore incondizionato. E l'incontro si conclude drammaticamente, con lui che lascia andare piangendo l'illusione della madre ideale.
Il padre, che ha lasciato la famiglia molti anni prima, ora gestisce un negozio di barbiere; si è rifatto una vita e non lo riconosce.
Charlie sceglie di non rivelarsi. Gli parla come un estraneo, lo osserva, lo ascolta, e poi se ne va.
Questo momento rappresenta per lui una forma di potere emotivo, probabilmente, perché non è più il bambino che chiede, ma l'uomo che sceglie se mostrarsi o meno.
Una presa di distanza consapevole.
Anche questo è un modo per guarire.
E così via.
Il linguaggio come specchio della coscienza
Una delle idee più geniali del romanzo è il suo stile: Charlie scrive dei "rapporti di progresso" per raccontare la sua evoluzione.
All'inizio, essi sono pieni di errori:
"Il dotor Strauss dicie che doverei skrivvere quello che penso e riccordo e tutto quello che mi sucederà dora inavanti…"
Poi, man mano che l'intelligenza cresce, anche la lingua si trasforma. Il lessico si arricchisce, la sintassi si complica, il pensiero si fa sottile, fino addirittura a diventare filosofico, metalinguistico.
A tratti Charlie parla in terza persona, perché rileva un "vecchio sé" che ogni tanto tenta di riaffiorare. E lui non lo riconosce. Non si riconosce più in quel Charlie, che ora percepisce come estraneo.
La lingua riflette il suo livello di coscienza.
Il linguaggio cambia insieme alla sua mente.
E quando l'esperimento comincia a fallire, semplicemente leggendo i primi errori, noi iniziamo a soffrire. Perché capiamo cosa sta accadendo e non possiamo fermarlo.
Il linguaggio di Charlie regredisce, man mano torna la semplicità sintattica, la scorrettezza grammaticale e poi il silenzio. È come se le parole si spegnessero insieme all'intelletto, alla ragione, al pensiero.
E accendessero in noi un fuoco di tenerezza, amore, dolore e impotenza.
(Un gran pianto, insomma!)
Io me ne intendo di quella fase di apertura percettiva, di quella "fertilità" riflessiva che senti come un prurito che hai bisogno di grattare e liberare fino a... talvolta, l'esito in chiusura di protezione.
Soprattutto quando il riscontro dall'altra parte è "Mi hai fatto venire mal di testa!".
"Ma tu vivi così tutto il giorno?" (Ho riso anch'io.)
Però, quando il sentire è troppo, la verità è che parlare diventa difficile.
Le parole si aggrovigliano o si svuotano. Ci sono momenti in cui la lingua, proprio, si rompe: non perviene l'italiano (figuriamoci l'inglese*), e non si riesce a spiegare il caos interno.
E altri in cui esso, invece, esplode. E tutti rimangono sconvolti dalla reazione che considerano "eccessiva".
(*Questo in risposta a chi mi dice che non mi cimento nelle lingue straniere perché mi manca l'umiltà di accettare l'errore mentre parlo.)
Le parole che usiamo, quelle che evitiamo, quelle che ci abitano o che dimentichiamo. Tutto racconta chi siamo e dove.
E quando non sappiamo più come dire ciò che proviamo, il silenzio è la nostra forma di difesa estrema.
Charlie non smette di scrivere perché è tornato "stupido". Smette perché sente troppo. E adesso non sa più come dirlo.
In ogni fase della sua trasformazione, Charlie Gordon è un escluso
Quando ha una disabilità cognitiva, è deriso o trattato con paternalismo; quando diventa un genio, è temuto o evitato.
Il suo quoziente intellettivo cambia, ma la distanza relazionale resta.
La società non trova un modo per includerlo: non esiste un codice affettivo che lo accolga mai. La sua è una solitudine esistenziale. Non è mai accettato per quello che è.
Desidera amore, ma più cresce meno riesce a costruire legami.
Lo trova solo quando regredisce. Il suo rapporto con Alice lo dimostra: non funziona quando lui è troppo brillante, perché la distanza emotiva è enorme. Ma quando torna vulnerabile, allora la lascia avvicinare.
"L'intelligenza senza la capacità di dare amore è un'arma puntata contro se stessi."
Il sapere non colma il bisogno affettivo, lo rende ancora più evidente.
La necessità di essere compreso e la consapevolezza che ciò non accadrà mai diventa la ferita aperta con cui Charlie deve convivere: il non essere visto, mai, né prima, né dopo.
Chi ha un "corpo emotivo" più permeabile, chi assorbe le emozioni altrui, chi coglie sfumature invisibili, desidera connessione profonda, ma teme anche l'invasione.
Vuole essere visto davvero, ma non sa come difendersi da uno sguardo giudicante o da uno superficiale.
Così, alterna slanci d'amore e ritirate improvvise, aperture totali e chiusure ermetiche.
È un'oscillazione costante tra bisogno e paura.
È così che vivo io.
Essere HSP significa desiderare amore in modo profondo, ma anche temerlo. Perché ogni relazione è un'invasione del tuo mondo interiore.
Charlie, alla fine, è l'emblema di questa contraddizione: la sua intelligenza lo rende capace di comprendere tutto, tranne il perché non riesce ad amare e a farsi amare.
La memoria emotiva
Nel percorso di trasformazione del nostro protagonista in Fiori per Algernon, uno degli snodi più intensi è il ritorno della memoria.
Quando il suo quoziente intellettivo si innalza, comincia a recuperare i ricordi dell'infanzia: il padre che ha abbandonato la famiglia, la madre che lo rifiutava, la sorella che si vergognava di lui, l'umiliazione costante per non essere mai stato "normale".
Un passato rimosso, carico di sofferenza.
Ed ecco un altro paradosso: capire non basta a guarire.
Charlie può finalmente leggere la sua storia con lucidità, ma questo non gli dà sollievo. Anzi, è proprio la nuova consapevolezza a fargli male. Il trauma non è stato risolto: è stato solo riattivato da una coscienza più ampia.
In alcuni soggetti, la memoria emotiva, spesso legata a odori, suoni, dettagli visivi o corporei, è intensa e persistente. Basta poco, un gesto, una frase, una luce, per riattivare ricordi remoti ed emozioni travolgenti, totalizzanti.
Quello che mi fa morire di Charlie è che, nel suo ultimo atto di lucidità, non chiede vendetta, né gloria: chiede tenerezza per Algernon. In una frase che… sicuramente non ha spezzato il cuore solo a me.
Il suo modo di testimoniare che, nonostante tutto, la memoria può generare anche gesti d'amore, non solo dolore.
E, per citare la mia cara donatrice del libro:
"Alla fine, tutto ciò che resta, una volta tolte le nozioni e l'intelletto, non è altro che l'affetto; e, se di ciò che [Charlie] aveva imparato non rimane nulla, l'amore per Algernon lascia un segno indelebile."
Algernon siamo noi
Questo topolino da laboratorio.
Algernon non parla, non scrive, non riflette. Eppure è il doppio silenzioso di Charlie: lo precede nell'esperimento, lo accompagna nel successo, lo anticipa nella caduta. È il suo alter ego animale, il suo riflesso anticipatorio.
Quando il suo amico inizia a regredire, diventando irrequieto, smemorato, e infine apatico, Charlie comprende che lo stesso destino attende lui.
Ed eccoci al gesto più potente del finale.
Ma questo non ve lo dico.
Algernon siamo noi ogni volta che ci sentiamo fuori contesto, ogni volta che qualcosa in noi cambia troppo in fretta, ogni volta che vorremmo essere visti per quello che siamo e non per quello che facciamo.
Non è questo, in fondo, ciò che vogliono tutti gli Algernon?
Essere ricordati con tenerezza. Non per ciò che hanno fatto. Ma per come hanno sentito.
L'umanità come scelta quotidiana
L'etimologia della parola "intelligenza" deriva dal latino "intelligentia", che a sua volta deriva dal verbo "intelligere". "Intelligere" è composto da "inter" (tra) e "legere" (raccogliere, scegliere, leggere); quindi, letteralmente, significa "scegliere tra", "comprendere" o "vedere dentro".
Non è nemica della sensibilità, l'intelligenza, è uno dei suoi alleati più preziosi.
Il problema non è essere intelligenti. È pensare che basti.
E qui, mi sono riconciliata con la frase contenuta nella mia dedica, e l'ho contestualizzata, e amata:
"Ho imparato che la sola intelligenza non significa un corno di niente. Qui, nella sua università, l'intelligenza, la cultura, la conoscenza sono diventate tutte grandi idoli. Ma io so adesso che voi tutti avete trascurato una cosa: l'intelligenza e l'educazione che non siano temperate dall'affetto umano non valgono nulla."
Keyes ci ricorda che l'intelligenza, da sola, non salva.
Charlie diventa brillante, ma la sua ascesa non gli porta amore, né pace, né una vera comunità.
È l'umanità, fatta di relazione, accoglienza, amore a fare la differenza.
A che mi giova tutta la scienza del mondo se non ho l'amore?
Leggo ne L'Imitazione di Cristo (nuova versione a cura di Carlo Ambrogio Recalcati) a pag. 11, cioè a libro appena iniziato, subito dopo la scrittura di questo articolo. (…)
A chi sente "troppo", il mondo suggerisce di correggersi. Di attenuarsi. Di essere meno.
E io sono la prima che tutti i giorni implora sé stessa con... Anche meno, dài, su.
Il mio migliore amico, che è come me, ha scritto una canzone che si intitola "Lontano da me". Ovvero, "Un po' meno me". Antonino (Spadaccino) se n'è innamorato e da allora la canzone è entrata nel suo album, Nottetempo (2018 – Composer Lyricist: Nicolas Bonazzi).
Non siamo soli, insomma. Siamo in tanti.
Ma è come chiedere a un poliedro di semplificarsi.
È una richiesta irrispettosa e invasiva verso sé stessi, oltre che inutile.
In un tempo che premia la velocità, la lucidità e il distacco, essere vulnerabili, empatici, profondi a volte sembra una condanna. Ma forse è proprio in questa sensibilità – in ciò che ci rende "troppo" – che si nasconde la nostra forma più autentica di intelligenza umana.
Gli insegnamenti preziosi del romanzo
Ho capito perché Fiori per Algernon lo fanno leggere a scuola.
(Non da noi.)
Charlie attraversa due forme diverse di esclusione:
- Quando è disabile, non viene accettato perché "troppo poco".
- Quando è un genio, non viene accettato perché "troppo".
In entrambe le fasi, non è amato per ciò che è nel presente.
Le persone lo deridono, lo temono, lo usano… ma non lo incontrano davvero.
Nessuno riesce a connettersi con la sua interiorità, tranne Algernon, e – brevemente – Alice (la dottoressa Kinnian) e Norma (la sorella, pentita).
Il suo problema più profondo non è il QI.
È la mancanza di appartenenza.
Il romanzo è un viaggio tenero e disperato alla ricerca di una relazione (in senso lato) autentica.
Che, scopriamo noi lettori insieme a Charlie, non dipendere quindi dal livello di intelligenza, né di conoscenza, né di performance. (Lo dimostrano tutti i fallimenti relazionali di Charlie, sia quando è "stupido", sia quando è "geniale".)
E da cosa dipende, dunque, il concetto di relazione autentica?
Forse, questa è La domanda.
1. Dalla capacità di restare vulnerabili
Charlie impara, troppo tardi, che l'intimità nasce solo se ti mostri. Quando lui è intelligente, costruisce barriere; quando regredisce, si lascia avvicinare.
La connessione profonda non si crea quando capisci tutto, ma quando ti lasci toccare.
Non a caso, Gesù parlava agli umili, non ai sapienti.
2. Dalla disponibilità a stare nel presente
Charlie vive sempre in rincorsa: prima sogna un futuro in cui sarà accettato, poi rimpiange il passato. Ma le relazioni vere accadono nel presente, quando lui è altrove.
L'amore vero – con Alice, con Algernon, con sé stesso – si accende solo in istanti di presenza assoluta.
3. Dal riconoscimento reciproco, non dalla comprensione unilaterale
Charlie diventa capace di comprendere tutti, ma non è compreso da nessuno. Solo Norma e Alice, per un breve tempo, riescono a vederlo davvero. E quando ormai è tardi.
La relazione autentica è simmetrica: non basta capire, devi anche essere capito.
4. Dalla memoria affettiva, non da quella intellettuale
Quando Charlie ricorda i traumi, cresce. Ma quando ricorda i piccoli gesti d'amore (come la... frase che mi ha spezzato il cuore), si umanizza.
Le relazioni si nutrono di memorie sensibili, non di spiegazioni.
E l'umanità non è una dote genetica, è una scelta quotidiana.
Essere gentili con le persone. Un esempio fra tutti.
Accoglierle per quello che sono. Un altro a caso.
5. Dalla legittimità dell'essere, non dalla prestazione
Il messaggio forse più grande del romanzo è questo: sei degno di relazione perché esisti, non per altro.
Charlie cerca l'amore aumentando il QI. Ma lo riceve solo quando accetta la sua fragilità.
In sintesi
- Una relazione autentica nasce quando due vulnerabilità si incontrano senza paura.
- Non serve essere perfetti, serve essere presenti.
- Non serve capire tutto, serve l'amore incondizionato.
Charlie non ha mai avuto bisogno di diventare un genio. Avrebbe solo avuto bisogno di essere riconosciuto.
Forse tutti noi, prima o poi, ci sentiamo così: alla ricerca disperata di una relazione autentica.
Il romanzo ci insegna che quella relazione non nasce dalla prestazione. Nasce dall'incontro tra due vulnerabilità.
"Essere visti, senza doversi nascondere. Amati, senza dover cambiare. È questo, forse, il più alto grado di intelligenza possibile."
E poi c'è l'esperienza spirituale.
Ma questo è un altro discorso.
Bonus: come sopravvivere all'ipersensibilità
Se sei una persona ipersensibile, non sei un errore di sistema.
Se ti senti "troppo", o ti ci fanno sentire, non devi correggerti.
Devi raccontarti, secondo me. Devi lasciar uscire.
Che cosa significa?
Significa che il problema non è essere profondi, intensi, vulnerabili.
Il problema è non avere voce o spazio per raccontarsi.
Finché ti vivi solo come "eccessivo" – troppo emotivo, troppo delicato, troppo diverso – ti percepirai come una deviazione.
Ma se inizi a dare parole a ciò che senti, se trasformi la tua intensità in linguaggio, in gesto, in presenza, allora smetti di essere un corpo fuori posto e diventi testimonianza.
Narrare sé stessi significa uscire dall'autocensura e legittimare la propria soggettività.
Non mi riferisco soltanto all'arte, alla poesia, alla musica, ...alle forme prettamente artistiche. Che già sono tantissimo.
Ma a tutte le forme attraverso cui una persona può utilizzare la propria soggettività invece di nasconderla.
"... in linguaggio":
scrivere un diario, un blog, un romanzo. Raccontare come vivi le emozioni, cosa ti tocca, cosa ti ferisce, cosa puoi dare agli altri.
Ti ricorda qualcuno?
"... in gesto":
recitare, danzare, creare, cucire, cucinare, dipingere. Ma anche ascoltare qualcuno profondamente. Fare volontariato.
"... in presenza":
scegliere di esserci. Con delicatezza. In luoghi che ne hanno bisogno: accanto a un malato, in una scuola, in una casa, in un tramonto. Nel silenzio.
Il punto è questo:
"testimonianza" non è fare qualcosa di eclatante. È permettere che la tua sensibilità diventi visibile e utile, relazionale, anziché restare una colpa o un peso privato.
È dire al mondo con ciò che fai: io sento, e va bene così.
Perché posso fare cose che, chi non sente come me, non può fare.
"Qualsiasi cosa possa accadermi, avrò vissuto un migliaio di esistenze normali con ciò che potrò dare agli altri non ancor nati.
E questo mi basterà."
"Nessuno crea mai qualcosa di realmente nuovo, signora Nemur. Tutti edificano sugli insuccessi altrui. In realtà, nella scienza non vi è nulla di originale. Quello che conta è il contributo di ogni uomo alla somma delle conoscenze."

